In una lunga intervista esclusiva concessa alla Gazzetta dello Sport, Simone Inzaghi torna a parlare dopo mesi di silenzi, voci e polemiche. Lo fa con il tono di chi ha riflettuto a lungo, ma senza rinunciare alla chiarezza. A meno di un anno dal suo addio all’Inter, e con lo scudetto ormai destinato a incoronare il suo successore, l’allenatore rompe il silenzio e ricostruisce una stagione complessa, fatta di rimpianti, orgoglio e qualche ferita ancora aperta.
“Siamo stati penalizzati, non favoriti”
Uno dei passaggi più forti riguarda gli episodi arbitrali della scorsa stagione. Come riportato dalla Gazzetta dello Sport, Simone Inzaghi non usa mezzi termini nel descrivere il suo stato d’animo: la sensazione è quella di aver perso punti pesanti lungo il cammino: “Siamo stati penalizzati, non favoriti. Il campionato, la Supercoppa… È sorprendente essere tirati dentro a una storia nella quale siamo stati penalizzati e non favoriti. Certo, non accuso nessuno e non dubito della buona fede, ma restano le circostanze che ci hanno tolto qualcosa.” Senza accusare direttamente nessuno, l’allenatore parla di un’annata “disgraziata”, in cui molti episodi sono girati contro. Il riferimento non è solo al campionato, ma anche ad altre competizioni. Resta l’amarezza per uno scudetto sfumato per un solo punto, una ferita che — come sottolinea — difficilmente si rimarginerà del tutto.
Tra successi e rimpianti: il bilancio in nerazzurro
Nel tracciare un bilancio della sua esperienza all’Inter, Inzaghi rifiuta la logica dei rimpianti. Come evidenziato dalla Gazzetta dello Sport, rivendica i risultati ottenuti: trofei, finali europee e una squadra sempre competitiva. “Non si può avere rimpianti nello sport, tanto più se arrivi secondo dietro ad avversari che hanno fatto percorsi importanti. In quattro anni ho vinto tanto e sono contento dei risultati”. Allo stesso tempo, accetta le critiche, ma pone un limite chiaro: devono riguardare lui, non i suoi giocatori. “Mi hanno sempre dato tutto quello che avevano”, dice Inzaghi con orgoglio. Ed è proprio questo senso di appartenenza che rende ancora più intenso il ricordo di certe notti europee.
Il sogno Triplete e le notti indimenticabili
Se potesse tornare indietro, Inzaghi non cambierebbe nulla. Lo ribadisce con convinzione, come riportato dalla Gazzetta dello Sport. Il sogno era il Triplete, un obiettivo ambizioso che ha inevitabilmente portato a un enorme dispendio di energie. “Non cambierei nulla. Noi avevamo un sogno: il triplete. Alla fine della stagione abbiamo pagato le 23 partite giocate in più rispetto al Napoli. Ma rifarei tutto: l’Inter ha il dovere di competere a ogni livello. E le serate contro il Bayern e il Barcellona rimarranno nella mia mente più dei trofei. Sono state vittorie forse irripetibili”. Serate indimenticabili per l’Inter e in generale per il calcio italiano, momenti forse irripetibili che definiscono una carriera.
La finale di Monaco e il peso delle energie
Uno dei capitoli più delicati riguarda la finale persa a Monaco. Inzaghi ammette che la squadra è arrivata all’appuntamento scarica, sia fisicamente che mentalmente. “La delusione per lo scudetto perso ha pesato, minando l’autostima. Il PSG è una grande squadra, ha indirizzato la finale con due gol e sfruttato la migliore brillantezza, mentre noi abbiamo provato a reagire e ci siamo disuniti”. Una sconfitta che brucia ancora, ma che non cancella il percorso fatto.
L’addio all’Inter: “Il ciclo era finito”
Sul suo addio, Inzaghi chiarisce alla rosea definitivamente i dubbi. Non aveva comunicato nulla alla squadra prima della finale: la decisione è maturata solo nei giorni successivi. “La verità è che è successo tutto molto velocemente: due giorni dopo Monaco ci siamo incontrati a casa di Marotta, alla presenza di Ausilio e Baccin. In quel contesto ho manifestato l’esigenza di cambiare, perché sentivo che si era chiuso un ciclo. Loro avrebbero voluto continuare con me, ma hanno capito la scelta: ci siamo lasciati da amici e lo siamo ancora”. La sensazione era che un ciclo fosse arrivato al termine. E aggiunge un dettaglio significativo: “Se avessimo vinto la Champions, sarei rimasto all’Inter.”
La scelta dell’Arabia: non per il denaro
La nuova avventura in Arabia Saudita è stata spesso interpretata come una scelta economica. Inzaghi ribalta questa narrazione. “La proposta mi ha convinto e ora eccomi qua, felice di esserci. Non sono mai andato per il denaro, ma per mettermi in gioco in un contesto diverso”. Secondo quanto emerge dall’intervista alla Gazzetta dello Sport, la decisione nasce dalla voglia di mettersi in discussione in un contesto diverso. L’esperienza, racconta, lo sta arricchendo sia dal punto di vista umano che professionale. Nessuna nostalgia dell’Italia, ma la consapevolezza di stare vivendo una fase importante della propria carriera.
Futuro e ambizioni: nessuna porta chiusa
Nonostante le voci su possibili esoneri, Inzaghi si dice tranquillo. I risultati, come sottolineato dalla Gazzetta dello Sport, sono dalla sua parte: squadra competitiva, ancora in corsa su più fronti e senza sconfitte stagionali. “Non abbiamo ancora perso una partita in stagione. L’eliminazione dalla Champions asiatica contro l’Al Sadd di Mancini è arrivata ai rigori, ma siamo ancora in corsa per il titolo e la finale di Coppa del Re”. Sul futuro non si sbilancia. Ha ancora un contratto e grande entusiasmo, ma non esclude un ritorno in Europa. “Quando sarà il momento, e non so individuare oggi, vedremo.”
Lo sguardo sull’Inter e sul calcio italiano
Inzaghi guarda con attenzione anche al presente dell’Inter, riconoscendo i meriti della nuova gestione tecnica. La squadra, secondo lui, ha continuato su basi solide e le scelte fatte si stanno rivelando vincenti. “L’Inter è stata molto brava a vincere. E il merito è anche di Chivu, che conosco bene. Non avevo dubbi sulle capacità del gruppo, ma la scelta di puntare su Cristian è stata giusta e io lo sapevo, perché l’avevo visto lavorare.”
Più ampio il discorso sul calcio italiano, che — come evidenziato dalla Gazzetta dello Sport — ha bisogno di una rivoluzione culturale. Meno ossessione per il risultato immediato e più attenzione alla qualità del gioco e alla crescita dei giovani. “Bisogna ripartire dalla base, migliorare nei vivai e puntare sulla qualità piuttosto che sul risultato a tutti i costi.”
Un uomo, prima ancora che un allenatore
Nel finale emerge il lato più personale. Il legame con la famiglia, l’orgoglio per il percorso del fratello e la gratitudine verso chi lo ha formato da giovane. “L’amore per il calcio parte da lontano. Sono grato a tanti allenatori, ma in particolare a quelli che mi hanno cresciuto nel settore giovanile. Senza di loro, non sarei mai diventato Simone Inzaghi”. Perché, come conclude Inzaghi nell’intervista esclusiva alla Gazzetta dello Sport, è proprio da lì che nasce tutto: dai campi di periferia, dagli allenatori che insegnano tecnica e passione. Senza di loro, non ci sarebbe stato il suo percorso.
Un racconto intenso, sincero e carico di significati. Simone Inzaghi riparte da sé stesso, con la consapevolezza di chi ha vissuto molto e ha ancora tanto da dimostrare. E con una verità chiara: certe ferite restano, ma servono anche a costruire il futuro.
