
Al 119′ della finale mondiale, con la Spagna in vantaggio 1-0 e l’Argentina ridotta in dieci uomini da quasi trenta minuti, Leo Messi prova a cambiare il destino di una partita segnata. Punta il fondo del campo, la stessa mattonella dalla quale pochi giorni prima l’Inghilterra aveva subito un gol quasi identico, e mette dentro un cross basso, di quelli difficili da interpretare e intercettare. Il tipo di palla che in un’area piccola stracolma di gambe stanche diventa quasi sempre gol o autogol. In mezzo, tra le maglie biancocelesti, non trova Julián Álvarez o Lautaro Martínez ma Pau Cubarsi, anni diciannove, che si getta in mezzo senza calcolare il rischio, anticipa tutti e manda il pallone sul fondo con un tocco che avrebbe potuto, con la stessa facilità, insaccarsi nella propria porta.
È l’ultima azione pericolosa della finale mondiale, ed è probabilmente la sintesi perfetta di un torneo giocato da Cubarsi con la sicurezza di chi ne ha vissuti altri due o tre, almeno. Da questo episodio bisogna partire per capire perché, nelle ultime ore, il suo nome sia entrato con insistenza crescente nella discussione sul Pallone d’Oro 2025/2026, un premio che dal 2006 non viene assegnato a un difensore e che quest’anno, complice un Mondiale dominato dalla Spagna, si ritrova a dover fare i conti con una candidatura inaspettata.
In questi giorni, il nome accostato più spesso a quello di Cubarsi è quello di Fabio Cannavaro. È un paragone che hanno tirato fuori, in tempi diversi e con parole diverse, sia gli osservatori italiani sia quelli spagnoli. Marc Crosas, ex centrocampista cresciuto nella cantera blaugrana, lo ha detto senza troppi giri di parole: a Cannavaro il Pallone d’Oro venne assegnato per meno di quanto abbia fatto Cubarsi in questo Mondiale, giocato peraltro a diciannove anni contro i trentatre del difensore italiano nel 2006. È un’affermazione che si presta a essere ridimensionata, ma che nasce da un confronto statistico impressionante nella sua simmetria.
Cannavaro chiuse il Mondiale tedesco con 29 palloni recuperati, l’84,1% di precisione nei passaggi, cinque clean sheet in sette presenze e una media voto di 7.4. Cubarsi, in questa edizione, ha totalizzato lo stesso numero di recuperi, ha viaggiato oltre il 95% nella precisione dei passaggi, ha collezionato sette clean sheet su otto presenze consecutive da titolare fisso e ha chiuso con una media voto di 7.56, leggermente superiore. La difesa spagnola, nel complesso, ha subito un solo gol in tutto il torneo, firmato da Charles De Ketelaere ai quarti contro il Belgio: per il resto, otto gare quasi sempre gestite con margine, con Unai Simón che ha chiuso il torneo a un passo dal record assoluto di clean sheet in una singola edizione della Coppa del Mondo. Ma se ci si fermasse ai numeri, si perderebbe la parte più interessante del confronto, quella tattica ed emotiva.
Cubarsi e Cannavaro: due mondi paralleli
Il Cannavaro di Germania 2006 era il prodotto di un calcio ancora largamente verticale, diretto e molto meno ragionato di quello odierno, in cui il compito primario di un centrale era marcare, anticipare e spazzare. Cannavaro lo faceva con un’intelligenza posizionale fuori scala, letture d’anticipo che compensavano centimetri non abbondanti, e una capacità di comando della linea difensiva che gli permetteva di orchestrare il reparto arretrato italiano quasi a voce, prima ancora che con i movimenti. Era un difensore che riduceva lo spazio degli avversari togliendo loro il tempo per pensare.
Cubarsi appartiene invece a una generazione di centrali cresciuti dentro un’idea di calcio in cui il difensore centrale non solo deve avere dimestichezza nel gioco coi piedi, ma deve anche assolvere le funzioni di regia pura, per dare ritmo al palleggio della squadra. Alla Masia gli hanno insegnato a leggere la pressione avversaria prima di riceverla, a scegliere in una frazione di secondo se portare palla in conduzione per rompere la prima linea di pressione o appoggiarsi corto su un compagno per far girare il pallone e guadagnare campo senza rischiare la perdita. Nella finale contro l’Argentina, questa duplice natura è stata particolarmente evidente: Cubarsí ha alternato momenti in cui ha spinto palla al piede, portandosi oltre la linea di centrocampo per attirare un avversario e liberare spazio a Rodri, ad altri in cui ha scelto il passaggio corto, sicuro, funzionale a consolidare il possesso in una fase in cui la Spagna doveva solo amministrare il vantaggio psicologico di giocare contro un’Argentina in dieci uomini.
È una differenza che riflette vent’anni di evoluzione tattica, ma che non rende necessariamente Cannavaro un difensore più semplice o Cubarsi un difensore più completo in senso assoluto: sono due risposte, entrambe eccellenti, a due epoche diverse. Quello che li accomuna è la capacità di trasformarsi nel punto di riferimento emotivo della propria squadra nel momento più difficile del torneo, quello a eliminazione diretta.Se c’è un aspetto della prestazione di Cubarsi che merita di essere isolato e raccontato per esteso, è la sua capacità di leggere e governare i tempi psicologici della partita, qualcosa che normalmente si associa a centrocampisti navigati o a capitani con anni di internazionali alle spalle, non a un classe 2007 al suo primo grande torneo.
Al 77′, con l’Argentina ormai chiusa dietro la linea del pallone e la partita che rischiava di incartarsi in un possesso sterile della Spagna senza reale pericolosità, Cubarsi ha preso l’iniziativa personale: una conclusione dalla distanza, potente ma imperfetta, respinta in modo incerto da Emiliano Martínez. Più che un gesto tecnico vero e proprio, è stato un gesto di esortazione: in un momento in cui la squadra rischiava di appiattirsi sul possesso orizzontale, un difensore ha scelto di rompere lo schema e riportare imprevedibilità nell’attacco spagnolo. Pochi minuti dopo, la Spagna è tornata ad assediare con più insistenza, complici anche gli ingressi di Nico Williams e Mikel Merino.
Da lì è arrivato forse lo snodo decisivo della partita, ancor più significativo dal punto di vista del ruolo di Cubarsi come termometro emotivo dell’incontro, accaduto nel finale dei tempi regolamentari. Al 90+3′, Enzo Fernández arriva in netto ritardo su un contrasto con Cubarsi e riceve il secondo cartellino giallo della sua partita, lasciando l’Argentina in dieci uomini per tutti i tempi supplementari. Non è un caso isolato: nell’arco dei centoventi minuti, Cubarsi è stato più volte il bersaglio degli interventi più duri e nervosi della difesa argentina, segno che la squadra di Scaloni lo percepiva come un canale di costruzione da spegnere a ogni costo. La capacità di attirare su di sé quel tipo di attenzione, senza mai perdere lucidità né reagire con nervosismo, è essa stessa un indicatore di maturità raro in un diciannovenne.
E poi c’è l’episodio con cui si è aperto questo pezzo, il salvataggio al 119′, costruito non su un gesto atletico eccezionale ma su una lettura anticipata dell’azione, la stessa lucidità che i cronisti spagnoli hanno paragonato, non a caso, proprio a quella del Cannavaro di Germania 2006. Rispetto all’allora capitano della nazionale italiana, Cubarsi ha una dimensione più elegante, molto meno appariscente del gioco: più preciso e ordinato, meno esplosivo di quel difensore che Fabio Caressa, cantore per eccellenza dell’ultima Italia campione del mondo, in telecronaca esaltava anche e soprattutto per le sue scorribande in anticipo.
Un difensore può davvero vincere il Pallone d’Oro nel 2026?
Qui la discussione si allarga, e diventa meno una questione di merito sportivo e più una questione di come funziona, storicamente, il meccanismo di voto del Pallone d’Oro. Dal 2006 a oggi, il premio è stato vinto quasi sempre da attaccanti o centrocampisti a vocazione offensiva, con l’eccezione parziale di Rodri nel 2024, un centrocampista comunque capace di incidere anche in fase di costruzione avanzata e di finalizzazione. Nel 2019 Virgil van Dijk arrivò secondo, alle spalle di Messi, al termine di una stagione straordinaria con il Liverpool coronata dalla Champions League: fu, all’epoca, il piazzamento più alto ottenuto da un difensore centrale dai tempi proprio di Cannavaro, e sembrò poter riaprire un varco. Quel varco, di fatto, non si è più allargato.
Sui criteri di voto di France Football pesano molto i trofei e l’impatto individuale nelle vittorie di squadra, un impianto che tende strutturalmente a favorire chi segna o costruisce l’azione decisiva, semplicemente perché quei gesti restano più impressi nella memoria dei giurati rispetto a un recupero palla pulito o a un anticipo perfetto. È un bias strutturale, non una svista, ed è il motivo per cui la strada di Cubarsi verso il premio resta oggettivamente in salita, soprattutto in un’annata in cui competono con lui candidature fortissime: Mbappé, capocannoniere del torneo con dieci gol, top scorer anche in Liga e Champions League e autore del record assoluto di gol nella storia del mondiale, lo stesso Rodri, capace di un secondo trionfo mondiale consecutivo dopo l’Europeo, e un Messi che, pur senza il trofeo, ha comunque trascinato l’Argentina fino a un’altra finale mondiale a trentanove anni suonati, in quella che con ogni probabilità è stata la sua ultima Coppa del Mondo. Eppure, proprio in questo scenario affollato, la domanda posta dalla candidatura di Cubarsi resta legittima e utile: ha ancora senso, nel calcio del 2026, continuare a considerare implicitamente inferiore un contributo che si esprime attraverso la prevenzione del gol avversario rispetto a uno che si esprime attraverso la sua realizzazione?
La Spagna ha vinto il Mondiale segnando meno di quanto ci si aspettasse da una squadra con quel tasso tecnico offensivo, ma concedendo pochissimo, quasi nulla, agli avversari. Se il criterio del Pallone d’Oro è realmente quello di premiare chi ha inciso di più nella vittoria di squadra, un solo gol subito in otto partite, con lo stesso difensore centrale sempre in campo dal minuto uno all’ultimo, è un dato che meriterebbe lo stesso peso specifico di una classifica cannonieri. In otto partite, la Spagna ha subito un computo totale di 2,33 xG, una media di meno di 0,3 expected goals a partita, arrivando al capolavoro difensivo dei 0,00 xG subiti nella finale contro l’Argentina. Dati che valgono quanto un titolo capocannoniere.
Non è detto che questo basti, a ottobre, a far pendere l’ago della bilancia verso Cubarsi. È molto più probabile che il premio finisca su un profilo più mediaticamente centrale, che si tratti di un attaccante decisivo o di un centrocampista totale come Rodri. Ma la sua candidatura, anche solo come oggetto di discussione seria e non come semplice curiosità statistica, riapre una domanda che il calcio contemporaneo tende a rimuovere troppo in fretta: se un difensore può ancora essere, oggi come vent’anni fa, il miglior giocatore del mondo in un’estate di Coppa del Mondo, forse dovremmo essere pronti a considerarlo anche il miglior giocatore dell’anno.

