Il commissariamento lampo della Federcalcio si risolve con la nomina dello stesso Giovanni Malagò a commissario straordinario. Una soluzione all’italiana che aggira la crisi formale ma calpesta l’etica della trasparenza, trasformando una sanzione istituzionale in un’ennesima prova di autoconservazione del sistema.
La telenovela istituzionale tra il CONI e la FIGC si è conclusa con il copione più prevedibile e, al tempo stesso, più deludente per chi sperava in un vero cambio di passo: Giovanni Malagò è stato nominato commissario straordinario della Federcalcio, lo stesso organismo da cui era appena decaduto per il famigerato vizio di tesseramento.
Di fatto, Malagò esce dalla porta principale per rientrare dalla finestra, in un valzer di poltrone che lascia l’amaro in bocca e solleva enormi interrogativi sulla governance dello sport italiano.
Le parole di Malagò: il “buon senso” che sa di autolegittimazione
Nelle dichiarazioni rilasciate a margine della Giunta CONI, Malagò ha difeso la scelta parlando di un atto di “responsabilità” e di “amore per lo sport”, dipingendo l’accordo come un compromesso di buonsenso per evitare il blocco amministrativo del calcio italiano.
“Abbiamo fatto prevalere il senso di responsabilità per non creare un precedente di stallo istituzionale. Non ci sono vinti né vincitori”, ha dichiarato il neo commissario.
Una narrazione rassicurante, istituzionalmente ineccepibile sulla carta, ma che nei fatti suona come una pesante beffa per il principio di legalità. Se una regola viene violata e si sancisce la decadenza di un dirigente, la risposta non può e non deve essere la sua immediata riassunzione nello stesso identico ruolo, seppur con un cappello temporaneo.
Un fallimento strutturale per la governance sportiva
La decisione di affidare a Malagò il ruolo di commissario di se stesso espone il sistema sportivo italiano a critiche feroci, mettendo in luce un palese conflitto d’interessi istituzionale. Mettere a capo della transizione federale la persona il cui tesseramento ha scatenato il caos giuridico nega infatti il concetto stesso di discontinuità e di controllo super partes.
A questo si aggiunge la pericolosa spettacolarizzazione delle regole: ancora una volta si è preferito trovare una scappatoia politica pur di non affrontare una vera rivoluzione democratica, dimostrando che i vertici riescono sempre a blindare il proprio potere a discapito della meritocrazia. Il risultato inevitabile è una forte perdita di autorevolezza e credibilità anche a livello internazionale, con una federazione commissariata paradossalmente dalla stessa figura che ne ha causato la crisi.
