La fine di un'era

È la fine dell'Allegrismo? Dal dominio alla crisi

Dai trionfi con la Juventus alle difficoltà di Napoli: il pragmatismo che ha segnato un’epoca sembra aver perso la sua efficacia. È la crisi di un allenatore o di un’intera filosofia calcistica?

05 novembre 2026 18:29
È la fine dell'Allegrismo? Dal dominio alla crisi -
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C'è stato un tempo in cui Massimiliano Allegri rappresentava la certezza del calcio italiano. Vincere era l'obiettivo, il risultato era l'unico giudice. Oggi, però, quella filosofia che ha costruito un'epoca sembra aver perso la propria forza. E il Napoli rischia di diventare il simbolo della crisi dell'Allegrismo.

Cinque scudetti consecutivi, quattro Coppe Italia di fila, due finali di Champions League. La Juventus di Allegri, tra il 2014 e il 2019, è stata una macchina vincente, capace di imporsi attraverso equilibrio, pragmatismo e una straordinaria capacità di gestione.

Non era il calcio dello spettacolo a ogni costo. Era il calcio dell'efficacia. Allegri sapeva leggere le partite, adattare i sistemi di gioco, valorizzare i campioni e soprattutto governare lo spogliatoio. La sua più grande intuizione era semplice: non esiste un unico modo di giocare, esiste il modo migliore per vincere.

Per anni i risultati gli hanno dato ragione, trasformando il suo pragmatismo in una vera e propria scuola di pensiero.

Quando il metodo non basta più

Il calcio, però, cambia. E ciò che ieri rappresentava un punto di forza oggi può diventare un limite.

La seconda esperienza juventina aveva già mostrato le difficoltà di un modello sempre più discusso sul piano del gioco. A Napoli, quelle contraddizioni sembrano essersi accentuate.

Sette sconfitte nelle prime quattordici partite ufficiali, una difesa fragile, una squadra incapace di trovare continuità. Il pesante 4-1 contro il Porto ha portato allo scoperto problemi che vanno oltre il campo.

Le parole di Politano, la rabbia di McTominay, il disaccordo pubblico di Højlund con l'analisi del tecnico e la lite tra De Bruyne e Lucca restituiscono l'immagine di un gruppo attraversato da tensioni.

Gli infortuni e le difficoltà nella gestione della rosa rappresentano attenuanti concrete. Ma non spiegano tutto.

Il paradosso è evidente: Allegri, che ha costruito i propri successi sulla solidità difensiva e sul controllo dello spogliatoio, oggi sembra aver smarrito proprio questi due elementi.

La crisi di una filosofia

Il punto non è stabilire se Allegri sia improvvisamente diventato un allenatore meno preparato. Il suo palmarès resta inattaccabile.

La questione è un'altra: può una filosofia fondata prevalentemente sulla gestione e sull'adattamento continuare a funzionare quando vengono meno le certezze individuali, la compattezza del gruppo e soprattutto i risultati?

Nel calcio contemporaneo, organizzazione, intensità e identità collettiva hanno assunto un peso sempre maggiore. Affidarsi alla qualità dei singoli e alla capacità di interpretare i momenti della partita può non essere più sufficiente.

Allegri ha ancora il tempo per invertire la rotta. Ma deve dimostrare che il suo calcio sappia evolversi, senza rinunciare ai principi che lo hanno reso vincente.

Perché l'allegrismo ha dominato un'epoca. Il rischio, oggi, è che continui a cercare le risposte di allora in un calcio che non è più lo stesso.

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