Parte la FIGC a trazione Maldini-Leonardo
Parte la FIGC a trazione Maldini-Leonardo: a loro due l'arduo compito di rifondare la Nazionale, a partire dal ct

Milano, sede della Lega Serie A, giovedì 23 luglio. Ci sono giornate in cui il calcio italiano prova a darsi una scossa, e questa è una di quelle. Non lo fa con un allenatore, non ancora almeno, ma con due uomini che con la palla tra i piedi e poi dietro una scrivania hanno già scritto pagine importanti del pallone europeo. Paolo Maldini è il nuovo direttore tecnico della Figc. Leonardo il suo advisor. Accanto a loro, a presentarli, il neopresidente federale Giovanni Malagò, arrivato a questo incarico dopo una candidatura nata proprio dentro la Lega e accettata, dice lui stesso, andando oltre le proprie resistenze iniziali.
Per capire cosa significhi affidare a questi due la ricostruzione tecnica del calcio azzurro, bisogna partire da lontano. Da due carriere dirigenziali che si sono intrecciate e divise, ma che condividono lo stesso codice genetico: quello di un Milan che negli anni ha saputo essere fabbrica di visione oltre che di trofei.
Leonardo, il dirigente tuttofare
Prima ancora di sedersi nelle stanze dirigenziali, Leonardo il calcio lo ha praticato da campione e poi lo ha letto da osservatore, in un ruolo che in Italia si fatica ancora a valorizzare come merita: quello dello scout.
Fu lui, nei suoi anni brasiliani e nei suoi anni nel Milan che conta, a intercettare per primo il talento di due giocatori che avrebbero riscritto la storia recente del club rossonero e non solo. Kakà, arrivato a Milano ancora acerbo e diventato Pallone d’Oro. Thiago Silva, difensore che ha attraversato due decenni ai massimi livelli mondiali tra Milan e Psg.
Non è un dettaglio biografico da citare en passant: è la prova che Leonardo ha nel proprio bagaglio professionale una competenza rara, quella di riconoscere il giocatore prima che il mercato lo consacri.
Quella capacità di visione a lungo termine è poi esplosa nella sua seconda vita da dirigente, quella parigina. Al Paris Saint-Germain, in due distinti mandati, Leonardo ha contribuito a costruire una macchina da guerra fatta di stelle assolute, portando in Ligue 1 una concentrazione di qualità internazionale che il calcio francese non aveva mai conosciuto prima. Un lavoro non privo di critiche, certo, ma che ha consegnato al Psg lo status di superpotenza continentale che ancora oggi il club conserva.
In mezzo a queste due fasi, però, c’è stato anche un episodio meno celebrato e che oggi assume un significato particolare: la breve parentesi da allenatore, prima sulla panchina del Milan e poi su quella dell’Inter. Un’esperienza che non ha lasciato un’eredità tecnica paragonabile a quella da dirigente, ma che gli ha permesso di sedersi anche dall’altra parte del tavolo, quella dello spogliatoio e delle scelte di campo. È un’empatia che oggi torna utile: chi deve scegliere il nuovo commissario tecnico della Nazionale, e soprattutto chi dovrà lavorare fianco a fianco con lui condividendo idee e metodo, ha bisogno di sapere cosa si prova a essere quell’allenatore, con le sue pressioni e le sue solitudini.
Maldini, la ricostruzione del Milan dopo la Banter Era
Se il capitolo di Leonardo racconta di visione internazionale, quello di Paolo Maldini racconta di rifondazione. Quando l’ex capitano rossonero è tornato al Milan in un ruolo dirigenziale, il club arrivava da una fase lunga e complicata, quella che i tifosi più ironici avevano ribattezzato banter era, fatta di stagioni anonime, cambi di proprietà e un’identità sportiva smarrita.
Dal 2019 al 2023 Maldini ha rimesso ordine in quel caos, costruendo una squadra che univa concretezza tecnica e struttura caratteriale, senza inseguire i nomi più costosi del mercato ma selezionando i profili giusti per un progetto coerente. Ha creato attorno a sé una struttura dirigenziale gerarchica, con Ricky Massara direttore sportivo e Geoffrey Moncada capo scout, e ha risollevato il Milan con intelligenza, scouting e pazienza, con enorme fiducia nel progetto dell’allora coach Stefano Pioli.
Il risultato di quel lavoro è arrivato nel 2022, con lo scudetto che ha riportato il Milan sul tetto d’Italia dopo undici anni di attesa, e si è ripetuto l’anno successivo con la semifinale di Champions League, un traguardo che pochi avrebbero pronosticato considerando il punto di partenza. Una squadra costruita non per scintillare per un solo anno, ma per restituire identità, credibilità e fame competitiva a un club che le aveva perse.
La conferenza: un progetto a sei anni e la caccia al ct
Le parole pronunciate in conferenza confermano che l’ambizione non è minore rispetto ai precedenti. Malagò ha fissato l’orizzonte temporale del progetto in sei anni, fino all’Europeo del 2032, il tempo che la federazione si è data per colmare un divario ormai evidente rispetto al calcio internazionale.
Sul fronte del commissario tecnico, Maldini ha chiarito la filosofia con cui la federazione sta muovendo i suoi passi: meglio aspettare la persona giusta che chiudere in fretta, pur ammettendo che l’ideale sarebbe farlo entro pochi giorni. Ancora più interessante è il retroscena emerso in conferenza: prima di avviare i contatti con Pep Guardiola, il primo nome contattato da Maldini è stato quello di Carlo Ancelotti, a conferma della volontà dichiarata di partire, come detto dallo stesso dt, dai profili ritenuti i migliori al mondo.
Sulla presunta richiesta economica di venti milioni avanzata da Guardiola, circolata nelle ore precedenti, Maldini è stato netto nel ridimensionarla, chiarendo che per il tecnico spagnolo la questione economica non rappresenta un tema rilevante nella trattativa.
Ma è forse nelle parole di Leonardo che si intuisce meglio la direzione che la nuova dirigenza tecnica vuole imprimere al movimento. Il vero obiettivo, ha spiegato, non è semplicemente scegliere un nome per la panchina azzurra, ma trovare un allenatore capace di ragionare in sintonia con la linea tecnica della federazione, una linea che dovrà poi essere trasmessa a cascata a tutti i livelli, dalla Nazionale maggiore fino ai settori giovanili.
Il calcio italiano, ha detto senza giri di parole, è rimasto indietro sul piano tecnico, troppo appiattito su duelli individuali e velocità, e ha bisogno di restituire libertà di gioco ai ragazzi già dagli otto anni in su. Un progetto ambizioso, dunque, che si regge sulla credibilità di due carriere costruite altrove ma sempre dentro lo stesso alfabeto rossonero. Maldini che ha già dimostrato di saper rialzare un gigante caduto. Leonardo che ha già dimostrato di saper riconoscere il talento prima degli altri e di saper competere ai piani più alti d’Europa. Adesso il campo di lavoro cambia, si allarga, diventa nazionale nel senso più letterale del termine. Resta da capire se il metodo che ha funzionato a San Siro e a Parigi saprà funzionare anche sulle spalle di un intero movimento.

