Senza categoria

Il Mondiale 2030 e la partita nascosta per la finale

Mancano quattro anni al fischio d’inizio, ma il Mondiale 2030 sta già giocando la sua partita più delicata fuori dal campo: la location in cui si disputerà la finale. Per anni la risposta è sembrata scontata, facendo riferimento al Santiago Bernabéu, tempio ristrutturato del Real Madrid e teatro naturale per la sfida che chiuderà il torneo del centenario. Oggi quella certezza vacilla, e a scuoterla è il Marocco. Il countdown per Spagna, Portogallo e Marocco, che si spartiranno la stragrande maggioranza delle partite mentre Uruguay, Argentina e Paraguay ospiteranno gli incontri celebrativi dei cento anni dal primo Mondiale, si è trasformato in una competizione parallela fatta di stadi, cifre e relazioni diplomatiche. Un’inchiesta del magazine statunitense The Athletic ha raccontato come il vantaggio spagnolo, dato per acquisito fino a diciotto mesi fa, si sia progressivamente eroso di fronte all’offensiva marocchina.

Al centro del contendere c’è il futuro Grand Stade Hassan II, che sorgerà tra Casablanca e Rabat con una capienza dichiarata di 115mila posti, novemila in più del Camp Nou rinnovato. Il Marocco ha destinato all’opera circa un miliardo di euro di fondi pubblici, cui si aggiungono gli investimenti in autostrade e collegamenti ferroviari pensati per collegare l’impianto alle due città. Un pacchetto infrastrutturale che punta a rendere l’arena, ancora sulla carta, più adattabile ai requisiti FIFA rispetto a un Bernabéu già completato e quindi meno malleabile. Le fonti spagnole interpellate da The Athletic non nascondono la preoccupazione. Un dirigente del settore, rimasto anonimo, ha ammesso che fino a poco tempo fa sembrava impensabile che il Bernabéu potesse perdere la finale, mentre oggi la posizione della federazione iberica (RFEF) appare fragile se confrontata con quanto realizzato dal Marocco. Il presidente federale Rafael Louzán ha ribadito pubblicamente piena fiducia, indicando Bernabéu o Camp Nou come le uniche due sedi possibili sul suolo spagnolo e rivendicando la paternità storica della candidatura, nata come progetto ispano-portoghese prima dell’adesione marocchina.

Dietro i numeri degli stadi, però, la partita vera si gioca sulle relazioni di potere dentro il calcio internazionale. Il dossier marocchino porta la firma di Fouzi Lekjaa, presidente della federazione dal 2014, vicepresidente della Confederazione Africana e membro del consiglio FIFA, descritto come uno degli uomini più influenti della governance calcistica mondiale e legato da rapporti diretti al presidente Gianni Infantino. La recente apertura a Rabat del nuovo ufficio FIFA per l’Africa viene letta da più osservatori come un ulteriore tassello di questa strategia di posizionamento. Sul fronte opposto, la RFEF sconta ancora le turbolenze istituzionali seguite all’addio di Luis Rubiales, e Louzán non avrebbe finora costruito una rete di relazioni paragonabile a quella del suo omologo marocchino. È un dettaglio che pesa, perché la scelta della sede non seguirà una procedura pubblica di candidatura: come già accaduto per la finale del 2026, sarà un ristretto gruppo di dirigenti FIFA a decidere, ponderando insieme fattori sportivi, logistici, commerciali e politici.

Non è un caso che dal versante marocchino circoli con insistenza anche un argomento identitario, oltre che tecnico: l’Africa ha ospitato una sola finale mondiale nella sua storia, quella sudafricana del 2010. Riportare l’evento clou sul continente, sedici anni dopo, avrebbe per Rabat un valore che va oltre lo stadio, e tocca la geografia del potere calcistico globale, sempre meno concentrata attorno all’asse europeo tradizionale. La stampa iberica, dal canto suo, alterna toni difensivi e offensivi. Alcuni quotidiani hanno parlato apertamente di una campagna internazionale marocchina orchestrata per ribaltare gli equilibri, altri hanno preferito insistere sulla superiorità tecnologica del Bernabéu, reduce da una ristrutturazione da 1,5 miliardi di euro che lo rende, sulla carta, uno degli impianti più avanzati al mondo. Resta il fatto che il Camp Nou, terzo incomodo nella contesa, appare oggi il candidato più debole: difficile immaginare che la Spagna resti fuori sia dalla finale sia dalla gara inaugurale, e proprio questo scenario alimenta l’ipotesi di una spartizione, con l’apertura del torneo assegnata al paese escluso dall’atto conclusivo.

La FIFA non ha ancora fissato una data per lo scioglimento del nodo. Nel frattempo, tra cemento, rendering e alleanze diplomatiche, la finale del 2030 resta un terreno di scontro aperto, forse più politico che calcistico, dove Madrid non è più l’unica sicura padrona di casa e Casablanca gioca la partita della propria vita.